Nel rumore del fiumedi Franca Cavagnoli: cosa ne ha detto la critica
Ci sono romanzi che parlano del lutto e romanzi che parlano dell’infanzia.
Nel rumore del fiume parla di entrambe le cose, ma lo fa attraverso una lingua che sembra appartenere al territorio ambiguo dei ricordi, dei fantasmi e delle apparizioni. Con questo libro Franca Cavagnoli — una delle più importanti traduttrici italiane contemporanee, voce italiana di autori come Toni Morrison, William Burroughs, Jamaica Kincaid e Katherine Mansfield — inaugura la collana Interzona di Polidoro, dando vita a uno dei romanzi più delicati e perturbanti del catalogo. La protagonista è Beatrice, una bambina che perde la madre troppo presto e viene mandata lontano, in un paese del Sud affacciato sul mare. Intorno a lei si muovono ricordi, presenze, paure infantili e visioni notturne che sembrano appartenere tanto al folklore quanto al sogno.
La Lettura / Corriere della Sera —Cambia tutto e arrivano i fantasmi
Il primo e più importante riconoscimento arriva dalle pagine de La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, dove Ermanno Paccagnini individua subito il cuore del romanzo: non la perdita della madre, ma il modo in cui il dolore modifica per sempre lo sguardo sul mondo. Per Paccagnini il romanzo vive in un continuo slittamento tra presente e passato, tra il paese sull’Adda e il Sud, tra ciò che è accaduto e ciò che continua a vivere nella memoria della protagonista. La critica sottolinea soprattutto la capacità di Cavagnoli di raccontare il lutto infantile senza mai ricorrere al sentimentalismo, lasciando invece spazio al perturbante, alle apparizioni e a quei fantasmi che abitano l’infanzia molto prima della letteratura fantastica.
Il Giornale – “L’Adda è la mia interzona fra passato e presente”
Nell’intervista di Eleonora Barbieri, Cavagnoli racconta apertamente l’origine autobiografica del romanzo. L’Adda del libro è infatti il paesaggio della sua infanzia, mentre Beatrice nasce dalla sovrapposizione di due dolori differenti: quello della madre dell’autrice, rimasta orfana da bambina, e quello della stessa Cavagnoli dopo la recente perdita della madre. L’intervista contiene anche uno degli spunti più belli per comprendere il libro: il concetto di Interzona, preso da William Burroughs e definito come il luogo dove passato e futuro si incontrano in un ronzio silenzioso e perturbante. Per Cavagnoli è esattamente lo spazio abitato da Beatrice e dai suoi fantasmi.
Rai Letteratura – “Ad altezza bambina”
L’approfondimento di Rai Cultura sceglie una prospettiva diversa e legge il romanzo come un esercizio di immersione totale nello sguardo infantile. La recensione insiste sulla straordinaria capacità della scrittrice di entrare nella percezione della bambina, in quel territorio dove il ricordo, il gioco e il soprannaturale convivono senza contraddizioni. Secondo Rai Letteratura il vero centro del libro è il linguaggio: Beatrice ama le parole, le colleziona, le assapora, ma dopo la morte della madre cade nel silenzio e nell’impossibilità di nominare il dolore.
Avvenire —Per scampare alla piena importante è essere Franca
Tra gli interventi più raffinati dedicati al romanzo c’è quello di Alessandro Zaccuri su Avvenire, che gioca sul doppio significato del nome Franca e sul celebre titolo di Oscar Wilde The Importance of Being Earnest. Per Zaccuri il romanzo è un raro esempio di equilibrio tra fantastico e introspezione psicologica. Le apparizioni che accompagnano Beatrice non vengono mai spiegate né razionalizzate: sono semplicemente parte del mondo, così come il dolore e la memoria fanno parte della crescita. La recensione definisce il libro un incantesimo quieto e implacabile, una storia capace di muoversi tra i piani del tempo senza mai perdere la propria forza emotiva.
Il Manifesto / Alias — Beatrice davanti allo specchio di sé
Anche Alias del Manifesto dedica spazio al romanzo attraverso un articolo di Alessandro Ferrucci che insiste soprattutto sul tema dell’identità e della formazione. Ferrucci legge Beatrice come una figura sospesa tra due mondi: l’infanzia e l’età adulta, la presenza e l’assenza, il fiume e il mare. Il romanzo diventa così il racconto di una lenta ricostruzione di sé attraverso la memoria e attraverso l’accettazione di ciò che è stato perduto.
Dall’Adda alla Germania
La storia di Beatrice sembra destinata a continuare il proprio viaggio anche fuori dall’Italia. Il romanzo sarà infatti pubblicato in traduzione tedesca dall’editore Römerweg Verlag all’interno della collana Le Perlen, dedicata ad alcune delle voci più significative della narrativa contemporanea internazionale. Per un libro così profondamente radicato nella provincia lombarda e nella lingua italiana si tratta di un riconoscimento particolarmente significativo: il dolore dell’infanzia e la memoria familiare parlano evidentemente una lingua universale.
Un romanzo di fantasmi senza fantasmi
La maggior parte delle recensioni dedicate a Nel rumore del fiume finisce per parlare di fantasmi. Eppure nel libro, tecnicamente, non ci sono fantasmi. Ci sono ricordi che ritornano. Volti che si sbriciolano nel buio. Paesaggi che sembrano ricordare più delle persone. E c’è una bambina che scopre una delle verità più difficili della vita: che il dolore non scompare. Ma può imparare a cambiare forma.
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