Recensioni
Diaboli virtus di Diego Pellizzari: cosa ne ha detto la critica
Prima ancora di arrivare in libreria, Diaboli virtus di Diego Pellizzari aveva già cominciato la propria vita critica.
Nel 2024 il romanzo, ancora inedito, viene scelto tra gli 827 manoscritti partecipanti alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino ed entra nella rosa dei nove finalisti. Due anni più tardi arriva alla pubblicazione nella collana Interzona di Polidoro.
È una traiettoria particolarmente adatta a un libro che lavora sulle apparizioni, sulle interpretazioni e sull’incertezza. Diaboli virtus parte infatti da una paura apparentemente elementare — quella del diavolo — per costruire un romanzo nel quale cultura pop e tradizione letteraria, psicanalisi e soprannaturale, desiderio e senso di colpa finiscono continuamente per contaminarsi.
28 maggio 2024 – Premio Italo Calvino: Diaboli virtus tra i nove finalisti
Il primo riconoscimento arriva il 28 maggio 2024, quando il Premio Italo Calvino annuncia i nove finalisti della sua XXXVII edizione.
Il comitato di lettura ha esaminato 827 manoscritti. Tra quelli sottoposti alla giuria — composta da Viola Ardone, Beatrice Manetti, Roberta Mazzanti, Andrea Pomella e Alessandro Zaccuri — c’è anche Diaboli virtus.
È significativo che il romanzo venga individuato quando è ancora soltanto un manoscritto. Il Premio Calvino è dedicato infatti alle opere inedite di autori esordienti: quella del 2024 costituisce quindi la prima vera lettura critica pubblica del libro.
Fonte: Premio Italo Calvino – I finalisti della XXXVII edizione
1 giugno 2024 – La lettura critica del Premio Calvino: una possessione demoniaca contemporanea
Pochi giorni dopo, il Premio dedica a Diego Pellizzari una presentazione specifica, accompagnata da un’intervista all’autore e dalla lettura di un brano.
È qui che emerge una delle chiavi più interessanti del romanzo. Il Calvino definisce Diaboli virtus un’«acuta rivisitazione moderna del tema della possessione demoniaca», costruita attraverso l’innesto dell’immaginario de L’esorcista nella vita quotidiana del protagonista.
Andrea è un giovane italianista che insegna all’università di Grenoble. Ha una relazione stabile con Alexandre, un forte rapporto con l’amica psicologa Veronica e una vita professionale apparentemente soddisfacente. Eppure qualcosa incrina progressivamente questa normalità.
Per la lettura critica del Premio, dietro l’irruzione del demoniaco si muovono anche questioni profondamente umane: la difficile accettazione della propria omosessualità e il rapporto irrisolto con i genitori. Il soprannaturale diventa così contemporaneamente possibilità narrativa, paura e forma attraverso cui l’inconscio prende corpo.
Il giudizio conclusivo del Premio è netto: una narrazione «brillante e sorprendente».
1 giugno 2024 – Diego Pellizzari racconta Diaboli virtus
Nella stessa pagina il Premio Calvino conserva anche l’intervista a Pellizzari e la lettura di un estratto del romanzo.
Il contesto biografico dell’autore aiuta a comprendere la particolare costruzione culturale del libro. Pellizzari si è formato in Lettere classiche alla Scuola Normale Superiore di Pisa e insegna lingua e cultura italiana nelle università francesi. La sua ricerca si concentra soprattutto sulla ricezione dell’antico e sui rapporti tra letteratura e arti visive.
Non è quindi casuale che Diaboli virtus faccia convivere materiali apparentemente lontanissimi: il diavolo medievale, Dante, l’horror cinematografico americano, la psicanalisi e la Francia contemporanea.
La cultura alta e quella popolare non vengono disposte su livelli differenti: appartengono allo stesso archivio di immagini attraverso cui Andrea prova a interpretare ciò che gli sta accadendo.
2025 – Il Premio Calvino torna sul romanzo: l’irrazionale entra nella vita quotidiana
La storia del libro non termina con la finale del Premio.
Quando viene annunciato l’accordo per la pubblicazione con Polidoro, il Calvino torna su Diaboli virtus e individua in poche parole uno dei suoi meccanismi fondamentali: «l’irruzione dell’irrazionale nella normalità quotidiana».
È probabilmente la definizione che permette meglio di comprendere perché Diaboli virtus non sia semplicemente un romanzo horror.
Il soprannaturale funziona proprio perché si manifesta dentro una realtà riconoscibile: l’università, la precarietà accademica, una relazione sentimentale, le amicizie, le tensioni familiari. Il perturbante non costruisce un mondo alternativo, ma altera progressivamente quello esistente.
Dal Medioevo a L’esorcista: il diavolo come immagine
C’è poi un elemento che rende l’esordio di Pellizzari particolarmente riconoscibile.
Il romanzo non recupera il diavolo romantico, affascinante e seduttivo. Torna piuttosto a qualcosa di più antico e repellente: alle presenze malefiche dell’immaginario medievale. Ma lo fa passando attraverso una delle immagini più potenti prodotte dalla cultura popolare del Novecento, L’esorcista.
Andrea insegna letteratura medievale e porta contemporaneamente dentro di sé il trauma di un film horror visto da ragazzo. Dante e William Friedkin possono così appartenere alla medesima costellazione.
Il meccanismo diventa ancora più interessante perché il romanzo utilizza consapevolmente le aspettative create dall’horror per disorientare il lettore. Ci aspettiamo una possessione, una spiegazione psicologica oppure la rivelazione di una presenza soprannaturale; Diaboli virtus continua invece a sottrarre certezze.
È proprio la domanda più semplice a rimanere aperta: il demone di Andrea è davvero un’allucinazione?
Letteratura, cinema e arti visive: il laboratorio di Pellizzari
Il rapporto tra immagini e letteratura non nasce con questo romanzo.
Nell’attività accademica di Pellizzari ritorna costantemente l’interesse per il modo in cui la letteratura dialoga con altre forme artistiche. Ha lavorato sulla ricezione dell’antico e sulle arti visive e ha curato gli atti di un convegno dedicato a Lo sguardo e la scrittura. Il Novecento di Alberto Moravia tra letteratura, cinema e impegno.
Questo retroterra permette di leggere in modo diverso anche l’utilizzo de L’esorcista. Il film non è semplicemente una citazione cinefila o un riferimento capace di rendere immediatamente riconoscibile l’immaginario horror: è un’immagine sedimentata nella memoria del protagonista, qualcosa che continua a modificare il modo in cui Andrea interpreta ciò che vede.
Diaboli virtus diventa così anche un romanzo sul potere delle immagini e sulla possibilità che una finzione, una volta entrata nella nostra memoria, continui ad agire sulla realtà.
Fonte: Université Sorbonne Nouvelle – Lo sguardo e la scrittura
Un horror che continua a cambiare forma
A rendere Diaboli virtus difficile da ricondurre a un unico genere è soprattutto la sua ambiguità.
C’è l’horror, naturalmente. Ma c’è anche il romanzo psicologico. C’è la cultura medievale e c’è la vita universitaria contemporanea. Ci sono la sessualità, la famiglia, la precarietà, il senso di colpa. E soprattutto c’è un protagonista che non può più essere sicuro della natura di ciò che vede.
Anche gli altri personaggi cambiano continuamente segno: chi sembra offrire salvezza può diventare minaccioso, mentre ciò che appare diabolico può rivelarsi ambiguamente rassicurante. La distinzione tra vittima, tentatore e salvatore perde progressivamente stabilità.
Il riferimento a L’esorcista promette allora al lettore una storia che crede di conoscere, ma il romanzo utilizza proprio quella familiarità per condurlo altrove.
Nella presentazione editoriale compaiono anche due parentele significative: Rosemary’s Baby di Ira Levin e Grottesco di Patrick McGrath. Non tanto come modelli da imitare, quanto come appartenenza a una tradizione narrativa nella quale l’orrore più efficace nasce dall’impossibilità di stabilire dove finisca la percezione alterata e dove cominci la realtà.
Dalla finale del Calvino alla pubblicazione
A distanza di due anni dalla selezione al Premio Calvino, Diaboli virtus arriva dunque in libreria con Polidoro.
Il percorso è interessante proprio perché consente di osservare un romanzo prima e dopo la pubblicazione: prima manoscritto scelto tra centinaia di opere inedite, poi oggetto di una presentazione critica, infine libro.
Lo stesso Premio Calvino, annunciandone successivamente l’acquisizione da parte di Polidoro, ha inserito Pellizzari tra quegli autori per i quali la distanza dalla «medietà» costituisce un valore e ha descritto il romanzo come un’opera in cui l’irrazionale irrompe nella normalità.
È forse da qui che conviene partire per leggere Diaboli virtus: non chiedendosi soltanto se sia un romanzo dell’orrore, ma osservando che cosa accade quando l’orrore entra in una vita perfettamente contemporanea e comincia a utilizzare tutto ciò che trova — desiderio, memoria, cinema, letteratura, famiglia, senso di colpa — per assumere una forma.








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