Perché leggere oggi A Milano non fa freddo di Giuseppe Marotta
Ci sono libri che attraversano il tempo senza cambiare. E poi ce ne sono altri che aspettano semplicemente il momento giusto per essere riletti.
A Milano non fa freddo, pubblicato per la prima volta nel 1949 e oggi riproposto da Polidoro Editore, appartiene a questa seconda categoria. Non è il libro più famoso di Giuseppe Marotta — quel posto spetta inevitabilmente a L’oro di Napoli, da cui Vittorio De Sica trasse il celebre film — ma è forse quello che racconta meglio il suo sguardo sul Novecento italiano: quello di un napoletano emigrato a Milano che osserva la città con stupore, ironia e una nostalgia mai davvero risolta.
Lo scrittore che raccontò due Italie
Quando si pensa a Giuseppe Marotta si pensa quasi sempre a Napoli. È comprensibile: i suoi racconti partenopei sono entrati nell’immaginario collettivo e hanno contribuito a costruire un’intera idea della città.
Eppure Marotta trascorse quasi venticinque anni a Milano, lavorando come giornalista e sceneggiatore. Da quell’esperienza nacque una vera e propria trilogia milanese composta da A Milano non fa freddo (1949), Mal di Galleria (1958) e Le milanesi (1962), nella quale il capoluogo lombardo diventa molto più di uno sfondo: è un laboratorio umano, il luogo in cui un meridionale impara lentamente a sentirsi a casa senza smettere di guardare il mondo con occhi stranieri.
Una Milano che non esiste più
Il titolo è una provocazione.
Milano, naturalmente, è una città fredda. Lo era anche negli anni Quaranta, quando Marotta arrivò in cerca di lavoro nel mondo dell’editoria e del giornalismo. Ma il freddo di cui parla il libro non è quello del clima.
Attraverso ventidue racconti ambientati tra il 1927 e il secondo dopoguerra, Marotta costruisce un ritratto della Milano popolare prima del miracolo economico: una città fatta di pensioni economiche, tram, cortili, redazioni, Navigli fumosi e piccoli impieghi, dove la povertà convive con una straordinaria fiducia nel futuro. Il suo alter ego attraversa difficoltà economiche e momenti di sconforto, ma continua a guardare la città con un affetto che cresce pagina dopo pagina.
Oggi, in un’epoca in cui Milano è spesso raccontata come capitale della finanza, del design e della velocità, queste pagine restituiscono una città diversa: più fragile, più umana, più quotidiana.
L’arte di osservare
Marotta non racconta grandi eventi.
Racconta un gesto, una strada, una conversazione, un tram preso troppo presto la mattina. Riesce a trasformare episodi apparentemente minimi in piccoli racconti morali, sempre sospesi tra malinconia e ironia.
È una scrittura che non cerca effetti spettacolari. Preferisce l’osservazione paziente, il dettaglio rivelatore, la battuta improvvisa che illumina un carattere. Per questo molti critici hanno parlato del suo umorismo come di una forma di eleganza narrativa capace di evitare sia il sentimentalismo sia il cinismo.
Un libro che parla anche di noi
Riletto oggi, A Milano non fa freddo racconta qualcosa che va oltre la Milano del dopoguerra.
Parla dell’emigrazione interna, della ricerca di un lavoro, della fatica di ricominciare in una città sconosciuta, del sentirsi contemporaneamente ospiti e cittadini.
Sono temi che appartengono ancora al presente.
Chi oggi arriva a Milano da un’altra parte d’Italia — o del mondo — ritroverà in queste pagine molte delle emozioni che accompagnano ogni nuovo inizio: lo spaesamento, l’entusiasmo, la nostalgia, la scoperta di una seconda patria.
Perché Polidoro lo ripubblica oggi
Ripubblicare un libro come questo significa fare qualcosa di diverso dalla semplice operazione nostalgica.
Significa ricordare che esiste un’altra tradizione della narrativa italiana: quella dei grandi osservatori della vita quotidiana, capaci di raccontare un Paese attraverso i suoi gesti più semplici.
Marotta appartiene a questa famiglia di scrittori. La sua prosa conserva ancora oggi una leggerezza sorprendente, capace di attraversare il tempo senza perdere precisione né umanità.
Rimettere in circolazione A Milano non fa freddo significa restituire ai lettori un autore che il successo del solo L’oro di Napoli ha finito, paradossalmente, per nascondere.
Conclusione
Ci sono libri che raccontano una città.
E poi ci sono libri che insegnano a guardarla.
A Milano non fa freddo appartiene alla seconda categoria.
Perché, chiusa l’ultima pagina, non si scopre soltanto una Milano che non esiste più. Si scopre soprattutto il modo in cui uno scrittore straordinario riusciva a trovare calore umano anche nei luoghi che tutti consideravano freddi.
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